Subject: Re: Psicoanalisi e visibilita' Date: Thu, 15 May 2008 07:59:58 GMT From: L Organization: [Infostrada] Newsgroups: it.discussioni.psicologia > Vincenzo Del Piano schrieb: > > ... non ce li ha; la Psicosomatica non può dimostrare niente; in questo, è > > come ogni altra costruzione cognitiva operata dall'Uomo. > > Chi ha bisogno di continuare a rassicurarSI sulla possibilità di poter > > continuare a negare la validità dell'insieme delle conoscenze della > > Psicosomatica ... può dormire sonni tranquilli. John wrote: > Il problema non e' quello di far dormire sonni tranquilli a quelli che > non ci credono. Il problema sarebbe di vedere se esiste un metodo per > rendere *visibile* un fenomeno *vero* che invece non e' *visibile*. > > Molte cose non sono visibili al microscopio, ma accasdono e un mezzo per > avere *visibilita* della validita' di una ipotesi scientifica, sarebbe > gia' quella dei 'tempi di durata' di un fenomeno. > > Allo stesso modo in cui uno non *vede* l'azione di uno psicofarmaco, ma > sa che *dopo un paio di settimane* il suo corpo comincia a comportarsi > diversamente. > > Basterebbe gia' questo. > > Io penso che varrebbe la pena di investigare ulteriormente in modo da > poter costruire una tabella del tipo : una psicoanalisi del profondo, se > funziona, agisce in un modo da avere questi tempi... bla bla bla etc. etc. > > Sarebbe gia' una forma di visibilita'. > > Io mi ricordo che il mio primo psicologo (il famoso PhD) mi disse che > tra l'entrata in una situazione di panico e l'esplosione del panico > stesso , passavano circa 20-30 minuti, tale era il 'tempo > neurofisiologico' dell'acadimento del panico. > > Quando mi disse questa cosa e analizzai la situazione 'a posteriori' > (cioe' senza effetto placebo) e notai che aveva ragione. In seguito, > anche dopo molti anni, notai veramente che tra l'entrata in una > situazione fobica e l'esplosione del panico vero e proprio passava circa > sempre quel tempo. > > Questa e' *visibilita'*. > > Ciao. > > John. Sempre rimanendo su un piano di esame generale, vi do un mio contributo. Sottoporrei a John che l'uomo non è un automa. Quindi non vale -per l'uomo- l'aspettarsi che -a partire da uno stato iniziale- possiamo senzaltro sapere come si comporterà. Ciò perché -l'uomo- ci mette del suo, cose che non erano scritte e/o note prima che le attuasse. E' un processo -l'autopoiesi- simile se volessimo creare un parallelo -> con la riprogrammazione nella AI. Nella "riprogrammazione" di un automa, l'automa gestisce una intelligenza artificiale. Ossia si parte da un comportamento della macchina, ma la macchina non avrà -nel futuro- un comportamento "preordinato" ma innovativo. Da cosa dipenderà la innovazione che si osserverà nel futuro? Non solo dalle cause esterne, ossia dal contesto, ma dal design (dal progetto) di come la macchina possa mutare una volta che mutino le condizioni in cui opera. Se noi, come nell'uomo, non potessimo accedere a leggere cosa preveda la "strategia di mutazione" con cui è disegnata la macchina, saremmo in una situazione in cui NON sapremmo come si comporterà, anche se constatando che non ha un comportamento uniforme, sarebbe legittimo attendersi -con l'analisi- che il contesto non è la sola causa del suo -della macchina- agire. Anzi se insegnassimo alla macchina a scriversi da se la sua strategia di riprogrammazione, saremmo ancora più vicini al caso umano, perché questo è ciò che fa l'uomo, si scrive prevalentemente -da se- le sue strategie di comportamento. Quindi se vogliamo comprendere di più di come si possa interagire con la psiche, nel senso di cervello fisico, dobbiamo prender nota che la sola analisi non basta. La teoria che la sola analisi potesse bastare fu la tesi di Freud. Che però si trovò a non saper/poter trattare i casi di psicosi, ossia quei casi in cui non si osservavano dei semplici disturbi da un comportamento causale, di cui si potessero evidenziare i principi di causa ed effetto, ma i comportamenti scorrelati, quelli in cui non c'era evidenza del perché di ciò che si "manifestava". Il "visibile" non era -di per se- una informazione significativa. Il perché fallisca il metodo freudiano è quindi -da quanto sopra- un dato di fatto, proprio perché trascura una parte fondante della possibilità di capire: la sintesi. Il dipanarsi dei collegamenti di causa ed effetto, quindi la possibilità di una descrizione ripetibile, ossia scientifica, non può prescindere da un esame anche delle tecniche di "riprogrammazione dell'agire", anche dette "strategie di sintesi". Persino nello studio accademico dei "funzionali di controllo ottimo" la convergenza del sistema artificiale, non dipende dalla analisi del modello, ma da quale sia stata la scelta specifica del "funzionale di ottimo". Prendiamo per esempio un navigatore satellitale. Avete detto alla macchina che dovete arrivare a "tempo minimo"? Avete detto alla macchina che dovete arrivare a "percorso minimo"? Ora a secondo della "strategia di sintesi" la macchina vi suggerirà (o suggerirà a se stessa, se è un robot per l'esplorazione) cose *diverse*. Ciò non sarà solo il risultato di una analisi, ma di un diverso comportamento dettato non solo dalla sintesi prescelta, ma dai criteri di quale configurazione di sintesi sia più opportuna a secondo dell'analisi dei fini! Come vedete, cari amici, la robotica ci può dir molto di come funziona l'uomo. L'uomo infatti la sta costruendo a "sua immagine e somiglianza". Saluti, L