Subject: Re: Nascita del linguaggio Date: Sat, 15 Nov 2008 11:54:42 GMT From: L Organization: [Infostrada] Newsgroups: it.scienza,free.it.scienza.antropologia,it.media.tv Ciao Shellenberg. Mi dai modo di approfondire -in pubblico- una questione di molto importante: "Come nasce l'eureka"? Ossia nella "Logica della scoperta scientifica" anche solo riuscire a formulare l'ipotesi di lavoro (come funziona il meccanismo della scoperta scientifica = eureka) non è un fatto banale. Popper che scrive per primo -in modo scientifico- di tale "teoria di teorie" non è mica del 1200, ma di poche decine di anni fa. C'è anche da dire -per aiutarci nell'analisi dell'eureka, ossia della cognizione sulla sua frontiera cognitiva- che non vi sono esperti in materia, visto che le cognizioni di cui stiamo discutendo non sono ancora state scoperte! : - ) Ed in ciò rispondo alla chiusura del tuo post. Io me ne interesso e me ne sono interessato da sempre, perché -come Einstein- sembrava -che io- avessi dei problemi di avvicinarmi alla matematica, ma io ero di avviso contrario, avendo forti basi di psicologia e filosofia. La mia ricerca mi ha mostrato e mi ha dato conferme sperimentali/sperimentabili che nella didattica si usa prevalentemente il concetto di "elettivismo". Ossia una costatazione per cui un allievo è in grado di primeggiare in un campo, ma non per ragioni obiettive, (in quanto ha ascoltato la stessa lezione di tutti gli altri), ma per ragioni misteriche, che l'insegnate non tende a esplicitare poiché le classifica con "il ragazzo è portato per la matematica" .. ora "l'essere portato" e non specificare cosa/chi lo porta(!) è poco scientifico ne converrai con me. Bene, io ho scoperto chi/cosa lo porta! Lo porta un rapporto di intuizione o di ricerca e dedizione personale, che -magari- neanche il soggetto stesso esplicita, ma che è fonte di maggiore presenza in un "saper guardare il gioco e passare la palla". Esempio di prova del 9: Vado ad insegnare (mentre ancora studiavo ingegneria) matematica ad un ragazzo rinviato a settembre in matematica (esame di riparazione circa anno 1990, quindi circa 18 anni fa). Il ragazzo era praticamente bloccato nel leggere di matematica. Era bloccato perché non aveva nessun metodo, ma solo paura di non riuscire né a capire, né a memorizzare. Gli insegnai i primi rudimenti di matematica come chi insegna "storia". Mostrandogli che -impiegando un po' di tempo maggiore- si può vedere da che presupposti una scoperta scientifica è solo un piccolo passo avanti rispetto a quello che si sapeva prima. Poiché -io e te e il ng, spero- stiamo esaminando le dinamiche dell'eureka e in specie in prossimità del concetto di cosa sia archetipico, ossia primigenio, nel formarsi (*) o del canto (**) o del linguaggio parlato come prima forma di fonesi, quello che sto per raccontare potrebbe essere pertinente. (ho messo le stellette per indicare che allo stato dell'esame non sappiamo se (*) è prima di (**), o è l'inverso). La storia che gli raccontai, dicevo, è del come fu scoperto il "teorema di Pitagora". Secondo quanto risulta a me, Pitagora non batté la testa ed ebbe una "illuminazione", altrimenti staremmo parlando di "teofania" o di atto inconsulto. Pitagora investigò la matematica delle civiltà del mediterraneo, ed -in specie- di quella egizia, che aveva proprio una elite che si dedicava alla matematica. Ora -in Egitto- vi era un problema serio: Il fiume Nilo periodicamente straripava dal suo alveo e distruggeva tutte le divisioni di confine creando problemi nell'identificazione dei terreni e di riassociarli ai rispettivi proprietari. Poiché per chi studiava il cielo in egitto era notorio che 3x3 + 4x4 = 5x5 infatti 9+16=25, si usava prendere una distanza a piacere e farne dei multipli sopra una corda per ottenere un triangolo rettangolo. Ossia si facevano 3 nodi su un cateto, 4 nodi su un altro cateto, e 5 nodi sulla ipotenusa. Su tale "corda", piegata a triangolo, tre persone si mettevano a tirare sui vertici e ciò gli permetteva di risquadrare i campi di modo che descrivessero un angolo retto. Ora -a parte il mostrare- che Pitagora generalizza con l'algebra -che è pure un avanzamento scientifico- sostituendo a 3x3 + 4x4 = 5x5 -> axa + bxb = cxc la questione così raccontata non è irrilevante. Non è irrilevante perché *riumanizza* e rende comprensibile capire con che meccanismi si può ampliare il cerchio della conoscenza. (E potrei continuare con il cercare di documentare come nascono le innovazioni scientifiche, cosa che io ho fatto, nei circa 13 anni dedicati all'ingegneria prima di laurearmi). Il dato più interessante è però quello psicologico: non solo il mio allievo superò l'esame di matematica, ma si andò ad iscrivere ad ingegneria .. : - ) Ossia vi può essere una riumanizzazione della ricerca scientifica e del desiderio a viverla poggiandosi sul concetto di equilibrio e di comprensione, senza che si abbia un pathos necessariamente alla Nash, ossia di tipo schizofrenico. http://it.wikipedia.org/wiki/John_Nash Ora vado al tuo scritto, sperando che sia più comprensibile il mio approccio allo studio scientifico (in particolare sull'eureka): shellenberg wrote: > > On Nov 13, 7:46 pm, L wrote: > > shellenberg wrote: > > > Vedi ma questo è proprio il punto che metto in discussione, la giusta > > > attribuzione che tu > > > dai al senso di eureka pecca di antropocentrismo. > > > Penso al senso evolutivo della nascita di una simile abilità, nella > > > fattispecie la sua comparsa > > > deve essere stata casuale ma per rivelarsi veramente vantaggiosa occorreva > > > codificarla ed allora > > > quale mezzo più adatto del canto? > > > Pensa alla grammatica, cosa è se non la codifica di regole presenti nel > > > linguaggio? sembrerebbero > > > quindi il frutto di una costruzione a posteriori, eppure esse sono presenti > > > in nuce in ognuno di noi, > > > e cosa sono se non un particolare ritmo? > > > > Il ritmo, la ritualizzazione, le regole, sono forme di modelli, di > > rappresentazione di idee che possono essere -> la prima volta intuite > > come scenario e poi provate e riprovate. > > > > Se tu scrivi una ricetta di cucina è perché non vuoi dedicare energie (e > > memoria) a ricordare una cosa che -magari- usi di rado. > > > > Quindi la ritualità ha un suo funzionale di ottimo, il fatto che > > ottimizzi delle risorse e/o delle energie che puoi dedicare ad altro. > > > > In tal senso se cantare sia introdurre una regola, magari melodica, ciò > > è già una quantità di informazione che può essere utile ad esempio a > > indicare come participare o seguire il canto, o solo saperlo riconoscere > > poiché non è caotico, ma rispetta un canone. > > > > Si sta discutendo -ora- però non tanto se il canto non sia -come invece > > è- funzionale, ma se il canto è un archetipo più primitivo della > > verbalizzazione fonetica qualunque. > > > > Ora chi urlava per impressionare l'avversario, non è che doveva -in > > principio- seguire una liturgia, visto che la regola liturgicizzata non > > esisteva. Gli bastava di urlare e battersi il petto, magari per > > testimoniare la propria forza e usare la cassa toracica come un tamburo. > > Concordo ma l'urlo tu come lo intendi? poichè per capirci è > fondamentale essere daccordo su cosa si intenda per canto e sul > perchè si memorizza meglio cantando. > Prendendo a modello il tuo esempio, > come avrebbe narrato il nostro eroe, una volta tornato dal confronto > con l'ipotetico avversario, > la sua avventura se non ripetendo ossessivamente il gesto di > percuotersi il petto > seguito dall'grido esemplificativo? > E questo in cosa si traduce, l'ossessiva ripetizione avrebbe dato > luogo a quello che tu definisci > eureka, il grido rituale si sarebbe trasformato nella prima forma di > espressione verbale. C'è un fatto incontestabile: Il numero uno non è una ripetizione dell'unità, quando si manifesta per primo. E' il due che è la replica dell'uno. Quindi il ri-petere, (petizione (dal latino) è una presentazione), significa ri-attualizzare, o ritualizzare, ri-proporre, riproporre l'atto primigenio, che -quando è primigenio- non aveva altri prima di lui, almeno secondo la prima configurazione. def.1 Intendo -quindi- con canto l'atto che si struttura con una regola all'interno, potrebbe anche non essere su note musicali, ma solo parlato. def.2 Intendo -quindi- con verbalizzazione, anche una fonesi su note oppure no, ma che si manifesta -come fatto dirimente- nel mostrarsi *la prima volta* nella forma in cui si mostra. Naturalmente la verbalizzazione nasce come meccanismo di associazione tra un evento e un suono. Tutte le specie dotate di voce agiscono così, ossia associano ad un suono, qualunque sia la frequenza/frequenze utilizzate, un fatto. Più interessante sarebbe studiare se un oggetto condiziona il modo con cui è 'nomato' o espresso, e se e quanto ciò ha cause geografiche, alimentari, dell'apparato fonetico del parlante, climatiche, etc. Si potrebbe riassumere tale questione se è il contesto a generale l'evento, o se il dentro e il fuori l'evento/ente agiscano insieme e come, o se agisca solo il dentro, o solo il fuori. A me risulta che agisce ogni cosa sul risultato finale. La quantità & il come .. di come agisce ogni cosa è compito della scienza investigare singolarmente. Detto ciò, il problema che stiamo esaminando non si va -quindi- a rendere inestricabile sul che nome diamo ad un evento/ente, sia esso prediletto il termine canto, o verbalizzazione. La soluzione è nel considerare che la ritualizzazione, ossia la stereotipazione in un canone, o in una o più regole, magari dinamiche, ossia nella possibilità di avere anche una metamorfosi, sono una forma di ottimizzazione quando un evento è da considerare ri-presentantesi. Da ciò, se vogliamo considerare un evento al suo configurarsi la prima volta e lo vogliamo considerare importante, come è -importante- dobbiamo sapere che non è ancora in una fase di ottimizzazione, ma solo di prima manifestazione. Il pathos introdotto dalla *novità* poco si attaglia a essere gestito da persone con forti stress, per esempio nel linguaggio ordinario, quando il linguaggio non ripeta canoni o frasi fatte, e da qui il balbuziente trova giovamento nella associazione della musicalità magari melodica o di regola nota al dire. Non è detto che il balbuziente non possa divenire un grande oratore. Ve ne sono ampi esempi nella storia. Non è detto -per le stesse ragioni- che chi va male in matematica non possa essere una persona geniale (vedi Einstein). Proprio lo sforzo di volere non eccellere in modo inconsulto "portati" da non si sa bene chi, ma di volere capire, farsi contenitore della conoscenza e anche dei meccanismi più sofisticati della extra-polo-azionem, ossia del saper guardare oltre il cerchio della conoscenza nota, fa una differenza che non si improvvisa -> ma che è carne della nostra carne e ossa delle nostre ossa, un processo di id-enti-ficazione, con le idee su cui decidiamo di significare. > > Percuotendosi, testimonia che era solido, che non aveva paura > > dell'avversario, e -contemporaneamente- produceva endomorfine e > > adrenalina utili per la affermazione di sé. > > > > Non si esponeva come un tenore che doveva sapere prendere un do di petto > > e con la coerenza -con un canone- testimonia il suo bel canto. I modelli > > -infatti- sono successivi alla intuizione primitiva, che, essendo > > primitiva, è un atto unico, quando si forma la prima volta. > > Il grido rituale o canto è comune a tutti i primati e non solo, ma > l'uomo va oltre > questa liturgia, egli deve anche comunicare le sue gesta quindi > ecco che ciò che nei primati conserva solo una funzione rituale > nell'uomo si trasforma in "eureka" > Ma non è che stiamo dicendo la stessa cosa? > E comunque sia, la mia è solo un'intuizione, non posseggo gli > strumenti per approfondire > la questione, mi premeva solo capire se questa fosse plausibile agli > occhi di un'esperto. Valuta tu se ti risulta qualcosa di quello che ti ho detto, poiché hai tutti gli strumenti per farlo: Hai la possibilità di idea-azione. Saluti, L