Subject: Re: Psicologia della religione [questioni di metodo] Date: Sat, 24 Nov 2007 14:28:14 +0100 From: L Newsgroups: it.cultura.filosofia,it.cultura.religioni,it.cultura.ateismo Sono benvenuti contribuiti di proposte di metodo. A tal fine allargo la discussione ai gruppi icf, icr, ica. cit da it.discussioni.psicologia: Vincenzo Del Piano wrote: > ... per quanto possa apparire difficile da cogliere a prima vista, > la religiosità e/o il misticismo ... sono di contenuti psicologici perchè > manifestano *una dinamica psichica* assai comune; che può essere oggetto di > studio *laico* e di osservazione *scientifica*. > Se non si pretende di travasare la fede *in qualcosa* (la cosa propria, > altresì ...) nello studio/osservazione del fenomeno psichico < misticismo>>, si può fare in Psicologia così come si fa in Filosofia; in > quella disciplina, anche (grandi) Filosofi dichiaratamente atei esprimono > grande attenzione ai <> culturali che hanno sottese le > diverse forme di religiosità e misticismo. > Per rendersene conto ... basta leggere un testo dei Filosofi contemporanei > Emanuele SEVERINO o Umberto GALIMBERTI: nonostante siano dichiaratamente > atei e nichilisti, i loro testi "sovrabbondano" di riferimenti alle > religiosità/religioni greche e ebraiche (e ancor più antiche) che -essi > affermano- sono alla radici della Cultura nella quale viviamo noi adesso. > Ciò significa che affermare l'importanza culturale delle idee <> o > <> non corrisponde a "credere in Giove e Minerva": è tuttavia > necessario tenere in conto quelle idee. > > Anche la Psicologia può interessarsi delle *dinamiche mentali* relative agli > dèi ... senza credere affatto alla esistenza di quegli dèi (o facendone > astrazione perchè non pertinente allo *studio laico e scientifico*). > > Ciao, Luca! :-) > -- > Vincenzo Trovo che sia un enorme avanzamento culturale, tale posizione. Se nei primordi della psicologia -come disciplina scientifica- era temuta la commistione tra questi due campi (religione, scienza), ora -in una età più matura- c'è una presa d'atto che -per esempio- molte turbe psichiche hanno un substrato di argomenti/interessi attinenti alla religione e non se ne può prenderne semplicemente nota, ma investigarli, per esempio nella eziodinamica, o nella psicopatogenesi. C'è da dire che se si fa -però- un serio esame, bisognerebbe evitare di far distendere sul lettino del malato la religione e mettere a dottore e medico la psicologia come situazione ineluttabile (anche se ammissibile, come nei casi quotidiani di problemi spesso frequenti nella nostra società, che paiono trarre linfa da un assolutismo fideistico, che -senza un presidio sanitario- sarebbero un ancor più grave problema). Dovrebbe essere un serio confronto in cui ciascuna esperienza culturale e/o scientifica possa esporre le sue ragioni, se ve ne sono di presentabili. In caso contrario è una sorta di ospedalizzazione della "società che abbia credenze religiose" suddividendo tale fetta della società in due sottoinsiemi: 1) coloro che reggono bene i fenomeni devianti rappresentati dalle pratiche di religione. 2) coloro che manifestano fenomeni devianti riconducibili a pratiche di religione. Quindi bisognerebbe sciogliere -per una analisi seria- alcuni pregiudizi, e tra questi il maggiore è che la religione sia *in sé* una pratica che può indurre devianza psichica. Non sto certo affermando che questa sia la tua posizione, Vincenzo. Ma per un'*analisi scientifica* bisogna non escludere alcuna ipotesi, e l'ipotesi che io sottopongo alla comunità scientifica di cui -pur umilmente faccio parte anch'io con la mia laurea in ingegneria- è che la religione non sia una malattia che a volte si esterna in modo di evoluzione patologica -> perché congenitamente contraria all'equilibrio antropologico della razza homo sapiens. Del resto nel 3d nessun ha affermato tale tesi e si è solo rinviato a studi e articoli altrove più estesi. (Vi sono più articoli nella costituzione italiana, che -tra l'altro- tutelano la libertà di culto, salvo sanzionare l'apolia di reato). Ma cogliendo l'occasione di questa discussione pubblica, che ha ad argomento il tema religione, come ambito legittimo di uno studio psicologico o psicopatologico, mi sembra il caso di dire due parole sul tema. Io colloco le difficoltà di dialogo (tra religione & psicologia) nella espropriazione -da parte della psicologia- (legittima a mio avviso) della centralità di essere il solo referente -ai sacerdoti- delle dinamiche psichiche (ciò è ancora questione aperta, per molti credenti che non sanno separare i problemi mentali & confidenze personali). Oggi lo psi* è il referente laico di difficoltà psi*, dove psi* è psi-qualche_cosa. In un certo senso la psicologia si trova sulle spalle il compito e l'onere di essere un sovra-insieme della stessa gestione della "pulsione al misticismo". Non c'è il misterium(?), [tale è il significato di chi pratica la mistica come ambito di indagine (mistica = investigazione del misterium)], come pulsione tra quelle fondamentali dell'equilibrio della mente? Ecco -quindi- che chi "studia la mente" e tale è il significato laico della parola psico-logos (discorso sulla psiche, discorso sulla mente), si trova come compito ineludibile di provare a dare delle risposte scientifiche a ciò che emerge da un esame che -nello specifico è detto -propriamente- psico-analisi. Jung, che fu tra quelli che si interessò di più del tema (per lui analisi dei miti), affermava che tali pulsioni, (quelle di esporre e indagare il misterium), erano pulsioni che emergevano dall'inconscio a cui era delegato di farsi contenitore di istanze dette persino archetipiche. L'uomo, antropologicamente, di fronte al misterium del tuono, del fuoco, di ciò che gli era ignoto (ignoto all'uomo finché non ne investigava le dinamiche) già dalla notte dei tempi, insomma, secondo Jung, aveva avuto archetipicamente, (ossia arcaicamente come esigenza di fissare delle tipologie), l'esigenza di un equilibrio della mente basato sul ipotizzare *qualcuno causa di tali fenomeni*, e -in qualche modo- da provare a "gestire" per abbattere le paure di non poter governare fenomeni di cui non si sapeva spiegare il come e perché. Se ci si riflette, nei millenni, le frontiere della conoscenza sono state puramente spostate più avanti, ma non tanto da poter affermare che in qualche archivio vi sia _ora_ la "scientifica conoscenza assoluta". Popper stesso, recentemente, non si illude che la scienza possa giungere a un grado di conoscenza assoluta ma investiga -più appropriatamente- da dove venga il "carattere autocorrettivo" nella logica della scoperta scientifica. Quindi non si può negare che c'è (guardando nei millenni) una riduzione dello spazio di ignoranza su come funzioni ciò che osserviamo, ma sarebbe a sua volta mitologia formulare che siamo prossimi a che lo spazio di ignoto possa -a breve- essere ridotto a zero. Ciò causa la necessità -tuttoggi- di come gestire lo spazio di ciò che ci è ignoto tanto da mantenere una forma di equilibrio mentale. Di più: Quale siano le strategie di sintesi per investigare l'ignoto. Ecco, se un'analisi onesta ci ha condotto fin qui, la stessa scienza dovrebbe riconoscere che non può essere esclusa nessuna ipotesi apriori, ma solo dopo che non sia stata "corroborata", come direbbe Popper, da una praxis di verifica. Quindi -a mio avviso- la scienza ha qualcosa da insegnare -come approccio di onestà- alla ipotesi che vi siano delle verità che vadano accolte senza metterle in discussione, quindi -anche dette- verità di fede. Un ariete contro lo stesso assolutismo fideistico, o integralismo. Dall'altro canto, alcune capacità umane come ad esempio la "preveggenza", non trovano nella scienza odierna una spiegazione motivata e ripetibile. Manca quindi un tassello che è una questione di metodo: Come va gestito l'ignoto? Io penso che sia stesso interesse sia delle religioni che delle scienze lasciare aperto un dialogo non pregiudiziale. Ciascun ambito potrebbe portare -sotto una scorza di esteriorità/formalismi inessenziali- un contributo. Grazie dell'occasione, Lino