Subject: Re: Jaspers: forma e contenuto Date: Fri, 28 Dec 2007 19:03:17 GMT From: "Davide Pioggia" Organization: [Infostrada] Newsgroups: it.discussioni.psicologia Amelia ha scritto: > ehm... che vuol dire "i sintomi devono essere analizzati e diagnosticati > per la loro forma piuttosto che per il loro contenuto"? Poiché non è buona educazione parlare alle spalle degli assenti, mi pare il caso di farcelo spiegare dallo stesso Jaspers, il quale può essere tranquillamente consultato, e non morde :-) Dalla _Psicopatologia Generale_: «Forma e contenuto dei fenomeni. Per tutti i fenomeni da descrivere vale la regola: la loro forma deve essere distinta dal contenuto che varia a seconda dei casi, per es. nelle allucinazioni il contenuto può essere un uomo, un albero, una figura minacciosa o paesaggi tranquilli. Percezioni, rappresentazioni, giudizi, sentimenti, pulsioni instintive, coscienza dell'Io, sono tutte forme di fenomeni psichici; essi indicano i modi di essere nei quali ci si presentano i contenuti.» Mi pare che il discorso di Jaspers sia molto chiaro: se io ho una allucinazione, non importa che cosa sto allucinando, poiché resta il fatto che quella è una allucinazione, a prescindendere dal "contenuto". Così se sto allucinando un albero, esso è il contenuto e l'allucinazione è la forma. Lo stesso albero potrebbe presentarsi come contenuto di tante altre "forme": una percezione (c'è un albero e lo vedo), un ricordo (penso all'albero che stava in giardino quando ero piccolo), una fantasia (mi immagino un albero). Ora, che l'albero sia il "contenuto" mi sembra chiaro. Ma come mai il modo in cui esso è presente alla coscienza viene definito "forma"? Come qualcuno ha già spiegato, questa cosa ha a che fare con quella corrente filosofica che si chiama "fenomenologia", e Jaspers ce lo dice proprio subito dopo il passo che ho citato: «Nella descrizione della vita psichica concreta ci è indispensabile cogliere i contenuti determinati che sono propri dei singoli uomini, ma fenomenologicamente ci interessa solo la forma. A seconda del punto di vista momentaneo - sia che si pensi al contenuto che alla forma dei fatti - assumono importanza secondaria le indagini fenomenologiche o quelle dei contenuti.» Qui Jaspers non dice affatto che i contenuti non sono importanti, ma dice solo che *dal punto di vista fenomenologico* conta solo la forma, dopodiché a seconda delle circostanze si darà importanza all'uno o all'altro aspetto. Poco dopo Jaspers fa una digressione: «Breve digressione sulla forma e sul contenuto: [...] In tutta la vita psichica vi è sempre un _soggetto_ rivolto a qualche cosa di _oggettivo_. Questo elemento oggettivo, nel senso più largo, si chiama il contenuto della vita psichica, mentre il modo in cui l'oggetto si presenta all'individuo (sia come percezione, che come rappresentazione e come pensiero) si chiama la forma.» Qui vediamo chiaramente che per Jaspers la "forma" è il modo in cui un certo contenuto viene vissuto dal soggetto. Anche se la psichiatria moderna in gran parte ha preso le distanze da Jaspers, non si può certo dire che questa attenzione per la "forma" non abbia la sua ragion d'essere. Se uno psichiatra ha in cura un paziente che ha quotidianamente delle allucinazioni sempre variabili, lo psichiatra dovrà innanzi tutto prendere atto che il suo paziente "soffre di allucinazioni", e non starà ad elencare tutte le allucinazioni che si susseguono, o comunque quella cosa verrà in subordine. Se però quelle allucinazioni sono tutte delle "voci", allora la cosa torna ad essere importante dal punto di vista fenomenologico, perché lo psichiatra dovrà prendere atto che la "forma" è quella delle allucinazioni uditive. Un altro esempio è costituito da quelle persone che sono assillate da pensieri ossessivi. Può succedere che costoro passino un periodo a doversi alzare più volte dal letto per verificare di aver chiuso il gas, poi che passino un periodo a doversi alzare più volte a controllare di aver chiuso la porta, eccetera. Ebbene, per lo psichiatra il gas e la porta saranno contenuti variabili di una stessa "forma", che è quella del pensiero ossessivo. Come mai Jaspers ci tiene a porre questa distinzione che tutto sommato ci appare ovvia? La prima ragione è che chi soffre di un disturbo è sempre molto concentrato sui contenuti e tende a trascurare la forma. Così il paziente (diciamo, per fissare le idee, il principe Amleto) che vede il padre morto nelle sue allucinazioni, sarà molto (pre)occupato del padre, di ciò che gli dice il padre, della presenza del padre, e magari nemmeno si renderà conto di avere una allucinazione, confondendola con la percezione. Invece lo psichiatra deve fare il contrario: prendere atto che si tratta di una allucinazione e non di una percezione, mettendo il secondo piano il fatto che venga allucinato il padre piuttosto che il nonno. Questo Jaspers lo dice subito prima della digressione che ho citato poco fa: «Per i malati hanno sempre importanza soltanto i contenuti, tanto che spesso non ricordano di che tipo fossero i fatti; confondono le allucinazioni, le pseudoallucinazioni, la coscienza delirante, ecc., poiché non hanno mai fatto una distinzione tra cose che per essi sono veramente secondarie.» Ma c'è un'altra ragione, ben più profonda, per la quale Jaspers ci tiene a porre quella distinzione che finora può esserci sembrata banale. Dobbiamo tenere presente che la fenomenologia nacque e si diffuse anche - e forse sopratutto - come reazione ai modelli teorici che proliferavano in ogni campo del sapere. Pensiamo alle condizioni della psicodinamica, divisa in scuole spesso incompatibili fra di loro, alcune delle quali parlano di Io, Es e Super-Io, altre di Anima, Animus e Ombra, altre ancora di Copione, Genitore, Bambino e Adulto, eccetera. E anche all'interno delle stesse scuole ci possono essere quelli che puntano tutto sul Fallo e altri che puntano tutto sul Capezzolo, dopodiché magari i primi dicono che i secondi stanno agendo la loro invidia del pene, mentre i secondi dicono che i primi sono fallocrati e bla bla bla, all'infinito. Ora, un povero psichiatra che debba fare delle diagnosi dalle quali magari dipende la vita futura di una persona (può essere una perizia per il tribunale, o cose del genere) si trova un po' a disagio sapendo che ogni mattina quando si alza può scoprire dai giornali che è il giorno precedente è stato finalmente trovato l'ultimo e definitivo modello meta-psicologico, quello che lava bianco che più bianco non si può. Per ragioni come questa, e forse anche per ragioni più personali, Jaspers era profondamente avverso alle teorizzazioni astratte e al proliferare delle "interpretazioni". D'altra parte le "interpretazioni" spesso fanno proprio ciò che fanno i pazienti, ovvero si concentrano sui contenuti. Così se uno si deve alzare dal letto più volte per controllare che il gas sia chiuso, uno psicanalista potrebbe chiedergli: «E cosa le fa venire in mente il gas?». Se poi uno allucina il padre morto che gli ordina di vendicarlo, figuriamoci se uno psicanalista si fa sfuggire l'occasione di dirgli: «Ma parli di suo padre». Così Jaspers dopo aver detto che lo psichiatra non deve andar dietro al paziente nel concentrarsi sul "contenuto", sbatte i "grandi interpretatori" assieme ai pazienti. Questo però non significa che Jaspers non dia importanza all'analisi di quei contenuti. Anzi, alla fine della digressione che dicevo prima, egli scrive: «Per il fenomenologo le forme hanno il massimo interesse, mentre i contenuti gli appaiono sempre come casuali. Ma per lo psicologo comprensivo essenziali sono i contenuti, mentre le forme con cui si manifestano possono diventare di scarsa importanza.» Ebbene, chi è lo "psicologo comprensivo"? È proprio lo psicologo che *analizza i contenuti* e cerca di "comprenderli", mettendo in evidenza dei nessi, delle lacune, eccetera. D'altra parte il problema della "comprensione" è uno dei pilastri fondamentali della fenomenologia, e Jaspers dedica ad esso tutta la seconda parte del suo saggio, che si intitola appunto _Le relazioni comprensibili della vita psichica (Psicologia comprensiva)_. Tuttavia proprio da una analisi approfondita di questo tema Jaspers trae la convinzione che questa "comprensione" si deve sempre basare sull'assunzione di qualche teoria che offra una chiave di lettura, per cui essa sarà sempre una "interpretazione", e non raggiungerà mai lo stato di "evidenza". Scrive: «Ogni comprensione di singoli processi _reali_ rimane perciò sempre, più o meno una _interpretazione_, che solo in rari casi può raggiungere i gradi relativamente elevati della completezza di un materiale oggettivo convincente.» Volendo essere un po' drastici, potremmo dire che per Jaspers uno psicanalista è, come dire, "uno psicologo comprensivo che non conosce la filosofia" :-), e che pertanto non è consapevole della portata, delle implicazioni e dei presupposti degli strumenti che impiega. Ecco, direi proprio che nessuno è meglio di Jaspers per spiegare che cosa voleva dire Jaspers :-) -- Saluti. D.